L’angolo delle curiosità
La struttura della prima chiesa
Non si conosce la data in cui fu edificata la prima chiesa titolata a S. Pietro, ma in un disegno del 1578 (Fondo Gozzadini, Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna) si vede l’edificio con le tracce delle tre navate, e delle absidi, orientate dove fu creata la nuova facciata, evidenziando così un precedente restauro che aveva evidentemente voltato la struttura generale del fabbricato, e il campanile è nella posizione dove oggi c’è l’Oratorio della Compagnia del SS. Sacramento. La canonica stessa, forse per un’approssimazione del disegno, è già esistente ma strutturata in modo diverso dall’attuale.
Evidentemente, il primo corpo di fabbrica era stato edificato seguendo la regola per cui l’abside doveva essere sempre posizionata ad oriente (tipico delle chiese edificate fra il X e il XIV secolo) perché secondo la cultura simbolica dell’epoca il sole che sorge ad oriente, quindi da Gerusalemme e dalla Palestina da dove si è diffusa la Parola del Signore, rappresenta il Cristo che porta la Luce della Verità e scaccia le Tenebre del Male. Quindi, siccome le absidi erano prevalentemente rifinite con finestre vetrate (o con l’apertura centrale a forma circolare, posta superiormente alla volta detta “catino absidale”) e collocate architettonicamente sopra al presbiterio e all’Altare Maggiore, i raggi del sole che al mattino entravano dalle finestre illuminavano l’altare e dall’altare diffondevano la Luce nella chiesa “illuminando” l’assemblea dei fedeli, creando anche un grande effetto scenografico e simbolico.Fra il XVI e il XVII secolo questa tradizione esisteva ancora ma non era più rigidamente imposta ed osservata, e nei casi in cui la funzionalità della chiesa e l’accessibilità alla stessa rendeva necessario seguire criteri diversi, si agiva anche in modo diverso. Quindi, in occasione del primo intervento di consoli-damento e restauro attuato nel 1567 con il rifacimento del coperto e la tampona-tura dei muri principali, l’abside e altare maggiore furono collocati ad ovest e l’ingresso spostato ad est per facilitare l’accesso ai fedeli, poiché il castello aveva le porte e la strada principale coincidenti con il tracciato dell’attuale via G. Goldoni.
Purtroppo, dopo neppure sei anni, il 24 agosto 1573, mons. Ascanio Marchesini in visita pastorale riscontrò che la chiesa era ben tenuta ma i muri laterali avevano nuovamente larghe fenditure che necessitavano di urgenti riparazioni che – come si vede nel disegno del 1578 – furono prontamente eseguite. Ma l’ennesimo scontro avvenuto nel 1630 per il possesso del castello si risolse con la sua definitiva distruzione e con danni gravissimi alla chiesa che la resero praticamente pericolante (e l’epidemia di peste che colpì anche Anzola nell’estate di quell’anno non facilitò certo le cose). Fu così che il cardinale Girolamo Colonna, in visita pastorale il 15 aprile 1638, verificò di persona che la vecchia chiesa era ormai irreparabile e ordinò di abbatterla e ricostruirla, dando quattro anni di tempo al Massaro, e agli uomini di Anzola, per eseguire i necessari lavori.

Il disegno del Cinquecento che rappresenta la chiesa dopo i primi lavori di restauro che collocarono l’ingresso dove si trova oggi. Notate la posizione del campanile, che aveva una sua logica quando l’ingresso era ad ovest e nel disegno pare illogica rispetto alla nuova struttura.
Il rifacimento della facciata
Il rifacimento quasi totale della facciata (e in quell’occasione furono probabilmente tolte le colonne sopraccennate) fu eseguito nel 1844 a totale spesa del notissimo possidente Vincenzo Pedrazzi, come voto di ringraziamento perché durante un furioso temporale egli si trovava seduto accanto al focolare della cucina della sua Villa nei pressi della chiesa, e un fulmine, sceso dalla cappa del camino, lo investì in pieno strappandogli la catena d’oro dell’orologio appeso al panciotto e facendola cadere annerita nell’angolo opposto della stanza.
Il Pedrazzi, seppure logicamente atterrito dall’episodio durato pochi istanti, rimase miracolosamente illeso e donò la catena come ex-voto alla chiesa d’Anzola (ancora oggi conservata) e finanziò i già menzionati lavori alla facciata.
Nella lapide, collocata per ricordare l’episodio, si legge:

Vincenzo Pedrazzi (1805-1889)
Vincentius Pedrazzius frontem
parietibus ad latera excultis
de pecunia sua a fundamentis erexit
Laurentius Landi Archip. Vic. For.
Curiatique ad memoriae perennitatem
an. MDCCCXXXXIV
L’orologio
L’orologio sistemato sopra le meridiane fu acquistato nell’anno 1709, con una spesa di 250 lire dell’epoca, e nello stesso anno fu fatta fondere la campana per “battere” le ore scandite dall’orologio, affrontando una spesa di altre 235 lire.

L’orologio della chiesa
Le meridiane
Sulla parete sud della chiesa vi sono due meridiane eseguite fra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primissimi del secolo successivo (però non oltre il 1902) da don Gaetano Mastellari, profondo cultore di studi astronomici che per diversi anni fu Cappellano ad Anzola dell’Emilia.
Lo gnomone della prima meridiana (questa probabilmente fu rifatta in modo più corretto, perché nella stampa riportata nella pagina precedente è già indicata come preesistente) segna l’ora solare di Anzola ed ha la scritta latina Praetereunt horae et imputantur (passano le ore e ti vengono imputate, dove imputate sta a significare che vengono poste a tuo carico nel grande libro della vita, e al momento del trapasso dovrai risponderne nel bene e nel male).
La seconda meridiana ha una forma ellittica (simbolo grafico dell’universo) e lo gnomone reca in cima una piccola piastrina con un foro dal quale passa il raggio solare che coincidendo con i vertici superiore ed inferiore dell’ellisse indica i punti del solstizio d’estate e di quello d’inverno.
Come è noto, il solstizio (dal latino solstitium, unione di Sol (sole) e Stare (fermare o fermarsi) costituisce in astronomia i due istanti in cui il sole raggiunge la massima declinazione (23° 27’ sud e 23° 27’ nord) e d’estate costituisce il momento in cui lo stesso sole cessa di alzarsi sopra l’equatore celeste (simboleggiato dal punto centrale dell’ellissi) ed ha la sua massima altezza nell’emisfero nord e la minima nell’emisfero sud (21 giugno) e d’inverno segna la data in cui cessa di scendere rispetto all’equatore celeste ed ha la minima altezza nell’emisfero nord e la massima nell’emisfero sud (21 dicembre).

Le due meridiane
Le decorazioni interne alla chiesa
Le colonne che sorreggono la volta della chiesa erano originalmente dipinte di bianco, come le pareti laterali dell’edificio, e l’attuale decorazione fu dipinta dal pittore e decoratore Mario Roversi (aiutato dal figlio), che fu ospite (nella triste qualità di “sfollato”) del parroco mons. Cleto Capitani negli anni più duri della Seconda guerra mondiale.
Per ricompensare il parroco, e per guadagnare qualcosa che rendesse meno gravoso il suo stato di sfollato, fra il 1942 e il 1943 si assunse il compito di decorare la navata centrale, le colonne laterali e le parti dei muri laterali oggi dipinti, e questo grande lavoro è ricordato in un cartiglio affrescato sulla parete interna sovrastante l’ingresso principale.

Il presbiterio dopo i lavori di restauro effettuati nel 1908. Si vede chiaramente che le colonne, e la parte superiore dell’arco trionfale, non hanno gli affreschi decorativi attuali.
Il pùlpito
Nelle chiese cattoliche il pùlpito, o più semplicemente pulpito, è costituito da una tribunetta, o palco sopraelevato, collocato fuori dal presbiterio e destinato alle predicazioni dell’officiante.
Anche la nostra chiesa ne possedeva uno, ed era collocato sul lato sinistro del tempio, fra la cappella centrale (cappella dei Vergognosi o del Sacro Cuore di Gesù) e l’ultima cappella prima del presbiterio (cappella dei conti Orsi, poi dei conti Tacconi).
Era costituito da una tribunetta in legno, con linee molto sobrie, interrotte da un’artistica decorazione centrale. Il palchetto era sormontato da una copertura in legno, e nel fronte visibile erano intagliati dei motivi decorativi che dipar-tivano da un putto alato centrale.
Presumibilmente, il pulpito risale agli anni immediatamente successivi alla ricostruzione della chiesa decretata nel 1638, o, al più tardi, agli ultimi decenni del XVII secolo.
Oggi, questa tribunetta non è più nella sede originaria ma è stata collocata nel presbiterio, a protezione del basamento che sorregge l’edicola del tabernacolo.

Il pulpito
I banchi della chiesa
All’interno della chiesa vi sono due tipi di banchi, la maggioranza sono di fattura recente e non hanno pregi particolari degni di nota, mentre i mobili più antichi sono di legno di noce ed hanno una manifattura databile agli inizi dell’Ottocento.
La curiosità più evidente è che una parte di questi antichi inginocchiatoi fu donata alla parrocchia dalle famiglie più altolocate del paese, probabilmente per un atto di fede e in memoria dei loro cari, un po’ come si fa oggi quando si colloca una targhetta nei banchi in memoria dei parrocchiani defunti.
Questi banchi diventarono, però, una sorta di “posto” riservato alla famiglia di cui era indicato il nome, e la scritta (tutt’oggi visibile) “Chiesa” indicava quelli destinati a tutti gli altri fedeli. Ancora oggi sono indicati i nomi di Giuseppe Costa, padre di Alessandro (Priore del Comune di Anzola nell’anno 1855) e nonno dello studioso e ricercatore Torquato, di Giuseppe Vignoli noto possidente locale dell’epoca, di Rinaldo Pedrazzi, zio del già citato Vincenzo e più volte Priore del Comune d’Anzola, e della famiglia Orsi, che sono i conti di cui accennavamo in precedenza. La consuetudine fu poi progressivamente abbandonata con l’estinzione delle famiglie interessate.
