DOMENICA DELLE PALME
Cosa pensa Gesù nel vedere questa folla osannante, cosa prova nel suo cuore, sapendo quel che lo attende una volta giunto a Gerusalemme? Come guarda quei volti che ora lo chiamano “Benedetto!” e cosa legge in quegli occhi? Sa che saranno gli stessi che di qui a qualche a giorno con odio grideranno “Crocifiggilo”? Una folla di sbandati, di gente come noi, pronta a vendersi per qualche sicurezza in più, a sventolare palme e ramoscelli di olivo come fossero portafortuna, a garanzia di una vita assicurata contro le disgrazie. E mi chiedo ancora quanto pesa nel cuore di Gesù la domanda se valga la pena di morire per questa gente. Ma forse Lui non se la pone affatto questa domanda: quando si ama si è disposti anche a perdere e ad attraversare il buio. Il buio delle incomprensioni e dei tradimenti, il buio dei fallimenti. Un amore appassionato, un amore esagerato quello di Dio, un amore che ti strappa l’anima e ti fa dire «ti amo da morire». Nonostante tutto. «Non ci si abitua mai ad un Dio umile» ha detto papa Francesco, il nostro è un Dio che si fa prestare un asinello e che non sgroppa su un nobile destriero, è un Dio che accetta insulti, sputi e morte e che perdona. Si è disposti a perdere tutto quando si ama e nel buio si aprono squarci di luce: quel che resta di un profumo versato sui capelli nella casa di Simone il lebbroso, la dichiarazione di fede del centurione quando vede il velo del tempio squarciarsi, la preghiera di un ladrone che gli sta affianco sulla croce, quegli occhi gonfi di lacrime delle donne che non lo hanno abbandonato. Anche nel buio dei tradimenti si aprono fessure di luce, a consolare, a fare da scudo al dolore. Perché, lo sappiamo bene, solo la tenerezza sa toccare il corpo dei crocifissi. Il velo del tempio squarciato, quel velo che solo il sommo sacerdote poteva oltrepassare una volta all’anno, sta a dimostrarci che ora possiamo finalmente vedere il volto di Dio ed è un volto tumefatto di botte, ma in cui brillano occhi innamorati. La logica paradossale di Dio ancora una volta ribalta la nostra logica:«…ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25). In questa Settimana Santa cerchiamo di allargare il nostro respiro, le nostre braccia, i nostri occhi: che sia una dilatazione di vita, perché la vita, quella vera, è molto più di una sconfitta, più di un tradimento,
più di una morte. «Le nostre braccia allargate sono l’inizio del cerchio, un amore più grande lo compie già» (Margherita Guidacci). (L. Verdi)
DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO
Quale dinamiche della mia vita ritrovo nella passione di Gesù? Quale strada il Signore mi sta facendo percorrere per camminare verso la risurrezione?
PER LA PREGHIERA
Il tuo volto, Signore Gesù, è il volto del Dio dell’umiltà che ci ama fino a spogliarsi, fino a rendersi povero in mezzo a noi. Il tuo volto è il volto del nostro dolore, della nostra solitudine, della nostra angoscia, della nostra morte che tu hai voluto assumere perché non fossimo più soli e disperati. Fa’ che impariamo a riconoscere questa sconcertante rivelazione della tua onnipotenza, l’onnipotenza di chi ama fino a condividere la sofferenza, fino a lasciarsi crocifiggere per nostro amore. Insegnaci che cosa significhi amare come tu ci ami, per accettare in silenzio di partecipare al tuo mistero di passione e morte e gustare con te e in te la gioia della vittoria piena e totale sulla divisione, sul peccato e sulla morte
DAI PADRI DELLA CHIESA
“Venite e saliamo insieme sul monte degli Ulivi e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betania e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia o meglio di lui stesso e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese” (Andrea di Creta, Discorso sulle Palme)
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III DOMENICA DI QUARESIMA
Lett: Es 20,1-17; Sal 18; 1Corinzi 1,22-25;Giovanni 2,13-2
In questo brano di Vangelo, incontriamo una parola che sembra messa lì quasi per caso, una parola un po’ desueta, che rimanda ad un sapore antico, ad un ricordo lontano: la parola zelo, che sta per ardore, fervore, passione; se andiamo al significato del suo termine greco, zèsis, troviamo ebollizione, significato che si ritrova anche nel sanscrito yas-ati: riscaldarsi, bollire. Ci sono cose, e sono le migliori, che si fanno solo per passione, quella passione che ci infoca, ci fa sdegnare e lottare di fronte alle ingiustizie e ai soprusi, in cui a spingerci è un impeto dinanzi allo sciupìo, o al disonore di una realtà. Sentiamo dentro una specie di furore che reclama rispetto, che grida e brucia. Anche noi siamo capaci di zelo, non quello che imprigiona e ci ingabbia nella rigidità di un pensiero o di una ideologia, non quello sbagliato di un possesso che non ammette libertà, ma anzi quello liberante, che sa aprire le sbarre di una prigionia, che fa volare. Che dà vita alle scintille. Questa passione anima Gesù, la passione per la sua “casa”: per il tempio che vede ridotto a mercato e per tutto quel che al mondo c’è di sacro. Bruciava Gesù quando piangeva su Gerusalemme e quando a Nain toccava la bara del bambino morto; ardeva quando davanti ad una folla di straccioni e miserabili li chiamava beati; e si scaldava di passione dinanzi al giovane ricco o a Zaccheo. È il fuoco di chi è perdutamente innamorato che parla alla samaritana, che salva l’adultera, che incrocia lo sguardo di Pietro subito dopo il suo tradimento. Quel fuoco che vuole restituire dignità e rispetto, fiducia e innocenza. La casa di Dio non è fatta solo di mattoni: com’era difficile da capire per i Giudei e a volte anche per noi: casa di Dio è il filo d’erba e il cuore dell’uomo, è la stella nel cielo e il bambino dalle mani sporche. Casa di Dio è tutto ciò che Lui può abitare, amandolo. Gesù vuole «incendiare le nostre abitudini» (Mariangela Gualtieri), appiccare un fuoco a tutto quel che sporca e disonora la sua casa, il sacro che ci abita e ci circonda. E noi altro non siamo che le scintille di quel fuoco, anche noi capaci di rompere il ghiaccio dell’indifferenza, di spezzare il gelo delle violenze, di sciogliere i lacci che annodano e soffocano. «Tieni dentro di te un piccolo fuoco che brucia; per quanto piccolo, per quanto nascosto» (Cormac McCarthy): tienilo dentro di te, non farlo spegnere, non permettere al freddo di insinuarsi, alle consuetudini di installarsi, alle comodità di accecarti. Scalda la vita con la tua passione. (Luigi Verdi)
DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO
La tua relazione con il Signore è superficiale, intima, conflittuale? Da che cosa si può capire il tipo di relazione che hai con il Signore?
PER LA PREGHIERA
Entra ancora, Gesù, nel nostro cuore come nel santuario del Padre tuo e Padre nostro. Posa ancora il tuo sguardo nei suoi angoli più segreti, dove nascondiamo le nostre più gravi preoccupazioni e gli affanni più sofferti, quelli che tante volte ci tolgono serenità e pace; quelli che tante volte ci fanno vacillare nella fede e rivolgere il nostro sguardo lontano da te. Fa’ luce e discerni, purifica, libera da ciò che non vorremo lasciare, ma pure ci opprime. Sia casa di lode, di canto e di supplica questo povero cuore. Sia pieno di luce, aperto all’ascolto, ricco solo di te, a lode del Padre. Visita ancora le nostre comunità: recidi all’insorgere qualsiasi radice di invidia, di rivalità, di contesa. La tua presenza porti mitezza, umiltà, compassione, donaci soprattutto la silenziosa capacità di sacrificarci gli uni per gli altri. Riscrivi nel cuore di ognuno di noi e sul volto di tutti le “dieci parole” che declinano l’unico amore.
DAI PADRI DELLA CHIESA
“Chi sono quello che nel tempio vendono buoi? Chi sono quelli che vendono le pecore e le colombe? Sono coloro che nella chiesa cercano i propri interessi e non quelli di Cristo? E’ tutto venale per coloro che non vogliono essere redenti: essi non vogliono essere ricomprati, ma vogliono vendere” (S. Agostino, Comm Vang di Giovanni, 10,6)
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