non temete

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ger 20,10-13; Salmo 68; Rm,5,12-15; Matteo 10,26-33

Basta un passero che se ne sta nascosto tra i rami a far cantare tutto un albero; forse per questo la sua vita, fatta di piume, agli occhi di Dio diventa preziosa. Ogni passero è guardato, custodito da occhi vigili, affinché non cada e possa continuare a cantare. E se un passerotto, così modesto e insignificante diventa oggetto di tanta premura, a maggior ragione la mia vita è in buone mani se vegliata da occhi così attenti. «Non aver paura», mi dice e me lo ripete oggi Gesù, «non aver paura». è come una carezza sulle mie paure di non valere mai abbastanza, del giudizio degli altri, di perdere ciò che ho costruito; sul terrore di essere invisibile e dimenticato, di non essere all’altezza di questo mondo così competitivo, che chiede perfezione e misura le mie prestazioni, che mi costringe a indossare la maschera della presentabilità. Il Suo sguardo su di me dilata l’orizzonte, me lo allarga e rende penetrabile; sventola una luce che soffia speranza, curiosità, e il coraggio dell’invisibile. Mi suggerisce oggi Gesù di portare tutto alla luce del sole, come quando si apre una finestra tenuta chiusa troppo a lungo, come quando si esce da un tunnel. Dare aria, fiducia, speranza e coraggio al mio bisogno d’amore, alle mie ferite. Fede non è diventare invincibile, ma sapere che qualcuno mi custodisce anche quando tremo e sembro un passerotto impaurito, col cuore che batte a mille. Non si scandalizza Lui della mia fragilità, non mi chiede di essere perfetto, ma vero, autentico, trasparente alla luce. Lui si avvicina alle mie ferite senza spaventarle e mi invita a rannicchiarmi tra le Sue mani, come un nido. Non mi promette che andrà tutto bene, che non soffrirò mai più, che non morirò; mi dice solo «Non aver paura, perché sei custodito» e lo dice guardandomi negli occhi, come fa una madre per leggere sul volto di chi ama una tristezza nuova, sconosciuta. E se perdo un capello, un singolo capello, anche quello importa al Dio dei dettagli, al Dio che non perde nulla, che tutto recupera e ricicla, al Dio che opera una rivoluzione dello sguardo, dove non conta il successo, ma una piccola fiducia, sottile come un capello. Gli basta quella. (L. Verdi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Come ti sentiresti se oggi fosse svelato quello che ti porti nel cuore?

Come reagisci davanti alle ingiuste umiliazioni?

PER LA PREGHIERA

Fammi testimone del tuo Vangelo, Signore.

Dammi coraggio per non negare di conoscerti, quando i colleghi ridono parlando di te come un mito e dei tuoi seguaci come gente alienata. Dammi forza per non spaventarmi, quando mi accorgo che essere coerente con il tuo insegnamento può significare di essere un perdente e trovare sbarrate molte strade nella società. Dammi la grazia di sapermi con te, quando isolato dagli amici che ritengono una perdita di tempo la preghiera e l’eucarestia.

Fammi, o Signore, testimone del tuo amore!

DAI PADRI DELLA CHIESA

“Chi dunque non avrebbe premura di possedere Cristo che non può essergli rubato da un predone né sottratto da un nemico né separato da lui a causa della schiavitù? Chi ha infatti Cristo non teme l’uomo nemico…Egli deve temere di più i predoni spirituali, che sono soliti togliere non solo i corpi degli uomini, ma anche le anime; che cercano si sottrarre non tanto l’oro del mondo, quanto l’oro della fede; che predano non tanto la sostanza materiale, quanto la sapienza di Cristo” (S. Massimo di Torino, Sermo 72,2)

IMMAGINE

non temete


San Tommaso

II DOMENICA DI PASQUA

At 2,42-47; Sal 117 ; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

Quando i sogni cadono le porte si chiudono. Hanno visto morire il loro Maestro, hanno avvertito l’acuto infrangersi delle loro speranze, di tutte quelle possibilità che avevano solo intraviste ma che, con Lui, sembravano così reali, così vive e guizzanti come scintille. Le porte sono chiuse come i loro cuori: oppressi, tremanti, impauriti, con il ricordo bruciante del tradimento, della fuga, di quel dileguarsi proprio nel momento in cui il loro Amico aveva bisogno di una voce carezzevole, di un po’ di conforto. Schiacciati se ne stanno in quella stanza, schiacciati dal rimorso, dalla paura, dal dolore. Come potranno perdonarsi quel che hanno fatto? Non ha bisogno di maniglie per entrare Gesù: anche a porte chiuse Lui arriva e lancia un augurio: «Pace a voi». Non ha bisogno neanche di amici perfetti, che abbiano risolto tutte le loro paure: ci pensa Lui a scioglierle le paure, a cancellare i rimorsi e i graffi dell’amarezza. «Pace ai vostri cuori in tumulto, vi dò la calma per la tempesta delle vostre anime: ci sono io, ancora». E poi c’è il mio amico Tommaso, anzi, non c’è quel discepolo bollato nei secoli come l’incredulo, passato alla storia quasi come una macchietta di cui ripetere le parole a significare la necessità di prove tangibili, incarnazione dello scetticismo contrapposto alla fede. Tommaso, che ha il coraggio di esprimere quel che tutti noi teniamo nascosto in fondo al cuore e cerchiamo di far tacere: il dubbio. A lui non basta la voce degli altri, non si accontenta del sentito dire; le sue parole sono un esporsi onesto, come se dicesse: «Io così non riesco; è una speranza troppo fragile per me che ho bisogno, per credere, di una verità solida a cui aggrapparmi». Lui ha bisogno di un contatto, di un incontro faccia a faccia, di una relazione personale. E Gesù, infatti, torna per lui e non per rimproverarlo, non per umiliarlo, ma per offrirgli quel che aveva chiesto: le Sue ferite, quelle ferite diventate porte aperte attraverso cui passa tutto l’amore di questo mondo. Il nostro Tommaso, specchio di tutti noi, ora può vedere, può toccare e lasciarsi andare alla più bella dichiarazione d’amore: «Mio Signore, mio Dio, sei proprio Tu». (L. Verdi)

 

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Qual è il buio che può avvolgere ancora la tua vita? Come ti definisci: uno che sa di Gesù o uno che conosce Gesù?

 

PER LA PREGHIERA

Vieni, resta con noi Signore, e anche quando trovi chiusa la porta del nostro cuore per timore o per viltà, entra ugualmente. Il tuo saluto di pace è balsamo che scioglie le nostre paure, è dono che apre il cammino a nuovi orizzonti. Dilata gli angusti spazi del nostro cuore. Rinsalda la nostra fragile speranza e donaci occhi penetranti per scorgere nelle tue ferite d’amore i segni della tua gloriosa risurrezione. Spesso anche noi siamo increduli, bisognosi di toccare e di vedere per credere e saperci affidare. Fa’ che, illuminati dal tuo Spirito, possiamo essere annoverati tra i beati che, pur non avendo visto, hanno creduto.

 

DAI PADRI DELLA CHIESA

“Cristo appare  agli apostoli nascosti in una casa ed entrò a porte chiuse. Ma Tommaso, che non era presente durante questa apparizione, rimane incredulo. Desidera vedere, non accetta di sentirne parlare. Chiude le orecchie e vuole aprire il cuore. L’impazienza lo brucia. Di carattere esigente e diffidente, Tommaso avanza la sua incredulità, sperando così di godere di una visione. “Se egli mi appare, dice, eliminerà la mia incredulità. Metterò il mio dito nelle cicatrici dei chiodi e abbraccerò il Signore che tanto amo. Rimproveri pure la mia incredulità, ma mi ricolmi con la sua visione” (Basilio di Seleucia)

 

L’IMMAGINE

San Tommaso


Risurrezione Lazzaro di Giotto

V DOMENICA DI QUARESIMA

Gesù è faccia a faccia con l'amicizia e con la morte, con l'amore e il dolore, le due forze che reggono ogni cuore; lo vediamo coinvolto fino a fremere, piangere, commuoversi, gridare come in nessun'altra pagina del Vangelo. Di Lazzaro sappiamo solo che era fratello di Marta e Maria e che Gesù era suo amico: perché amico è un nome di Dio. 
Per lui l'Amico pronuncia due tra le parole più importanti del Vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita». Non: io sarò la vita, in un domani lontano e scolorito, ma qui, adesso, al presente: io sono. Notiamo la disposizione delle due parole: prima viene la Risurrezione e poi la Vita. 
Noi siamo già risorti nel Signore; risorti da tutte le vite spente e immobili, risorti dal non senso e dal disamore, che sono la malattia mortale dell'uomo. Prima viene questa liberazione, e da qui una vita capace di superare la morte. 
Risuscitati perché amati: il vero nemico della morte non è la vita, ma l'amore, «forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti» (Cantico 8,6). Noi tutti risorgiamo perché Qualcuno ci ama, come accade a Lazzaro riconsegnato alla vita dall'amore fino alle lacrime di Gesù. Io invidio Lazzaro, e non perché esce dalla grotta di morte, ma perché è circondato da una folla di persone che gli vogliono bene. La sua fortuna è l'amicizia, la sua santità è l'assedio dell'amore. 
Lazzaro, vieni fuori! e Lazzaro esce avvolto in bende come un neonato. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si spalanca davanti un'altissima speranza: Qualcuno è più forte della morte.
Liberatelo e lasciatelo andare! Parole che ripete anche a ciascuno di noi: vieni fuori dal tuo piccolo angolo; liberati come si liberano le vele, come si sciolgono i nodi della paura. Liberati da ciò che ti impedisce di camminare in questo giardino che sa di primavera. E poi: lasciatelo andare: dategli una strada, orizzonti, persone da incontrare e una stella polare per un viaggio che conduca più in là. Gesù mette in fila i tre imperativi di ogni ripartenza: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, quante volte mi sono addormentato, mi sono chiuso in me: era finito l'olio nella lampada, era finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta oscura dell'anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né altro; non vale la pena vivere. 
E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, non so perché. Una pietra si è smossa, è filtrato un raggio di sole, un grido di amico ha spezzato il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le mie bende. E ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d'amore: era Dio in me, amore più forte della morte

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Che cosa rappresenta per te la risurrezione di Lazzaro? Come vivi i momenti in cui si mescolano disperazione e speranza, morte e vita?

PER LA PREGHIERA

Signore Gesù, sei nostro amico; sappiamo che tu ci vuoi molto bene perché anche con noi spesso ti comporti come i tuoi amici di Betania. Quante volte, in quante circostanze noi ti chiamiamo e tu non vieni subito. I tuoi ricordi ci lasciano in difficoltà. I tuoi ritardi ci lasciano morire. Ma tu sai perché, Tu sai che giova di più a coloro che ami. Tutto disponi per farci credere, per portarci a una fede più matura e a una più incrollabile speranza, per farci, come Abramo, sperare contro ogni speranza. Il Padre sempre ti ascolta perché di te si compiace. Tu che sei la vita e condividi il nostro quotidiano, tu ci farai sempre uscire dal sepolcro, da tutti i sepolcri in cui noi cadiamo per la debolezza della nostra fede.

DAI PADRI DELLA CHIESA

“Degnati Signore di venire alla mia tomba e di lavarmi con le tue lacrime: nei miei occhi inariditi non ne dispongo tante da poter detergere le mie colpe. Se piangerei per me io sarò salvo. Se sarò degno delle tue lacrime, eliminerò il fetore di tutti i miei peccati. Signore, chiama dunque fuori il tuo servo: pur stretto nei vincoli dei miei peccati, con i piedi avvinti e le mani legate e pur sepolto ormai nei miei pensieri e nelle opere morte, alla tua voce uscirò libero e diventerò uno dei commensali al tuo convito. (S. Ambrogio, La penitenza, II, 71)

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Risurrezione Lazzaro di Giotto


PARADISO

XXX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Sir 35,15-17.20-22; Sal 33; 2Tim 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Non c’è che dire: proprio una brava persona, una di quelle che fa tutto a puntino, impeccabile nei modi, perfetto nel seguire le prescrizioni. A lui nulla sfugge, nemmeno gli errori degli altri che diventano gli scudi per la sua presunta perfezione. Visto dall’esterno, di cosa mai si potrebbe accusare un personaggio simile? È così pulito, profumato, ineccepibile. Meno male che non è come tutti gli altri.

Dall’altro lato invece c’è chi non osa neanche avvicinarsi troppo, chi si ferma sulla soglia del tempio e neanche alza lo sguardo: troppo acuta la consapevolezza dei suoi errori, troppo rosso il suo viso per la vergogna dei suoi sbagli. Solo questo è in grado di dire: «Lo so che ho peccato, ma tu puoi perdonarmi; lo so, lo sento». Questo basta a Dio: non i meriti, ma lo smarrimento davanti alle nostre imperfezioni; non lo sbandieramento dei propri requisiti, ma la consapevolezza della propria fragilità.

Chi tornerà “giustificato”, cioè riconosciuto come giusto: il fariseo abbagliato da sé stesso, in perenne contemplazione delle propria bontà d’animo, o il pubblicano che si è messo nudo davanti a Dio mostrandosi nella sua debolezza?

E quella del fariseo è davvero una preghiera o non è piuttosto un superbo declamare la sua superiorità?

Quanto dista da quella, invece, la preghiera del pubblicano! Poche parole nude e crude, che sgorgano sottovoce, appena un soffio o un battito di cuore.

E come assomiglia, questo pubblicano alla povera vedova che mette tutti i suoi spiccioli nel tesoro del tempio: stessa umiltà, stesso nascosto bisogno di passare inosservato, perché consapevole della propria pochezza. Come allora Gesù ha occhi che non si accontentano di guardare in superficie, i suoi sono occhi che scavano dentro, che bucano il cuore; occhi di fuoco che brucia la paglia delle parvenze, che incendia titoli e curriculum. «Non fa favoritismi» Dio (Sir. 35,12), non gli interessano le caselle che abbiamo barrato per piacere ai suoi occhi. Egli ama chi trema, chi fatica, chi suda, chi si riconosce debole e ferito, chi si affida a Lui perché sa di non avere altro. Di non aver di meglio. Ed è forse proprio questo il significato delle ultime parole del Vangelo di oggi: «Chi si umilia sarà esaltato». Non l’inno dell’autosvalutazione, non l’apologia della falsa modestia, ma l’abbandono fiducioso a un Padre, a cui dire: «Abbi cura di me». (L. Verdi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Cosa ti infastidisce di più negli altri? Chi è il vero protagonista della tua preghiera?

PER LA PREGHIERA

Signore Gesù, il tuo comandamento di amarci sempre come tu stesso ci hai amati ci ferisce il cuore e ci fa scoprire con dolore quanto siamo lontani dall’essere rivestiti dei tuoi sentimenti di misericordia e di umiltà. Siamo così fatti che riusciamo a peccare anche quando ci rivolgiamo al Padre tuo, in preghiera. Abbi pietà di noi. Donaci il tuo Spirito buono. Insegnaci a porci in ascolto del suo grido che, solo, può richiamare il Padre e ottenere per noi salvezza e pace,

DALLA TRADIZIONE DELLA CHIESA

“L’orgoglioso non conosce l’amore di Dio e si trova lontano da Dio. Si insuperbisce perché è ricco, sapiente o famoso, ma ignora la profondità della sua povertà e della sua rovina, perché non ha conosciuto Dio. A chi invece combatte la superbia, il Signore viene in aiuto perché trionfi su questa passione. Affinché tu sia salvato è necessario che diventi umile, perché anche se si portasse con forza un uomo superbo in paradiso, anche là non troverebbe pace e non sarebbe soddisfatto e direbbe: “Perché non sono il al primo posto?”. Ma l’anima umile è piena d’amore e non cerca i primi posti, ma desidera per tutti il bene ed contenta in qualsiasi condizione” (Archim. Sofronio, Silvano del Monte Athos)

IMMAGINE

PARADISO


Riconoscere Cristo

XXVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Dieci lebbrosi “fermi a distanza”; mani lontane, cui non è più lecito neppure accarezzare un figlio, solo occhi e voce: “Gesù, abbi pietà. E appena li vede, subito senza aspettare un secondo di più, troppo a lungo hanno sofferto, dice: Andate dai sacerdoti”. E’ finita. Andate. Siete già guariti, anche se ancora non lo vedete. Il futuro è entrato in voi con il primo passo, come un seme, come una profezia. “La Provvidenza conosce solo uomini in cammino”(don Calabria), gente che si è alzata e cammina, per un anticipo di fiducia concesso a Dio e al proprio domani. Allo stesso modo, solo per un anticipo di fiducia dato ad ogni uomo, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro. E mentre andavano furono guariti. Partono per un viaggio che era loro vietato: la lebbra è ancora evidente, ma più evidente è la speranza; la promessa è più forte di piaghe e di paure. Si mettono in cammino tutti e dieci, tutti hanno fede nella parola di Gesù, partono e la strada è già guarigione. Ma uno solo passa sa semplice guarito a salvato, l’unico che ritorna, cui Gesù dice: “la tua fede ti ha salvato”. Il Vangelo è pieno di guariti, sono il corteo gioioso che accompagna l’annuncio di Gesù. Eppure quanti di questi guariti sono anche salvati? A quanti il rifiorire della carne fa fiorire relazioni nuove con Dio, con gli uomini, con se stessi? Ai nove che non tornano è sufficiente la guarigione. Non tornano, forse perché smarriti nel vortice della loro felicità, negli abbracci ritrovati. E Dio prova gioia per la loro gioia, come prima aveva provato dolore per il loro dolore. Non tornano forse perché sentono la salute come qualcosa che è loro dovuto, non come un dono; come un diritto, non come un miracolo. Ogni miracolo è però una storia incompiuta, una storia che inizia: l’uomo non è solo il proprio corpo. La sua pienezza consiste nel passare dal semplice guarito a salvato, nel trovare la “vita piena” entrando in comunione con il Donatore e non solo con i suoi doni. Il Donatore ha se stesso da donare. Nulla di meno. E la sua vita nella tua vita. Nell’unico che è tornato, importante non è tanto l’atto di ringraziamento, quasi che Dio fosse in cerca del nostro grazie, bisognoso di contraccambio; il lebbroso di Samaria è salvo non perché paga il pedaggio, pur santo della gratitudine, ma perché entra in comunione. Con il proprio corpo, con i propri sentimenti, con il Signore. “E rende gloria a Dio”. Perché “gloria di Dio è l’uomo vivente”(S. Ireneo). Davvero vivente è solo il Samaritano: il doppiamente escluso, che segue più il suo cuore che non le prescrizioni della legge, come gli altri nove, e interrompe il viaggio, torna indietro, canta per la strada, si butta ai piedi di Gesù, gli grida il suo grazie. Gloria di Dio è solo lui, ritornato uomo e ritornato figlio. (E. Ronchi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Cosa significa per te essere salvato? Come reagisci quando fai fatica a vivere?

PER LA PREGHIERA

Signore nostro Dio tu sei l’unico. Tu hai educato il tuo popolo a riconoscere che tu sei in assoluto e fuori di te non vi è possibilità di vita. Fa’ che ascoltiamo la tua voce e acconsentiamo umilmente a fare quanto può giovare al nostro vero bene. Donaci occhi per scoprire le meraviglie che vai operando in noi per sanarci dalle infermità del nostro peccato. Suscita in noi una viva e profonda gratitudine per il tuo amore forte e bello, manifestato in Cristo Gesù. La memoria del tuo Figlio, mandato a noi perché abbiamo vita in abbondanza, colmi il nostro cuore di una indefettibile speranza che nulla possa mai spegnere, fino a che il nostro inno di grazie si sciolga per sempre nello splendore della vita eterna.

DAI PADRI DELLA CHIESA

“Il Signore ha più voglia Lui di dare che noi di ricevere, ed ha più vogli Lui di farci misericordia che noi di rivederci liberati dalla nostra miseria”
(S. Agostino, Sermo 105).
“Tutta la vita presente deve trascorrere nella lode di Dio, perché in essa consisterà la gioia perpetua della vita futura e nessuno può rendersi idoneo alla vita futura se non si esercita in questa lode”
(S. Agostino, En in Ps. 148)

L’IMMAGINE

Riconoscere Cristo


domenica

domenica

Is 62,1-5; Sal 95; 1 Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

Dove ci siamo persi, dove e quando abbiamo cominciato a pensare che Dio ci vuole seri e compassati, meglio ancora, un po’ tristi e doloranti; quando ci siamo convinti che l’allegria non fa parte di questo mondo, ma è riservata all’aldilà; e se capita di essere allegri allora meglio sentirsi un po’ in colpa, perché non si addice ad un credente tutto compunto e mesto, intento solo ad abbracciare la sua croce con stoica rassegnazione. Meno male che c’è scritto nero su bianco oggi nel Vangelo che all’inizio c’è la gioia e che, come primo segno, Gesù ha scelto la festa, il vino con cui brindare, l’allegria intatta e non sciupata da ciò che manca. Sarebbe bello svegliarci ogni mattino con una voce che ci sussurra «non hai più vino»: sentircelo ripetere ci aiuterebbe a comprendere che forse abbiamo perso la gioia, la freschezza dello sguardo leggero sulle cose, che ci manca l’emozione del vibrare con la vita. È vero, abbiamo finito il vino della festa, quel pizzico di follia, quella danza che nasce spontanea quando senti che è l’amore che ti muove e ti conduce. Un amore senza un perché. E Gesù oggi ci mette la sua firma, autentica il fatto che la vita, quando c’è l’amore, è festa: non a caso lo hanno chiamato «il rabbi che amava i banchetti», il mangione e beone che non si perdeva una cena. Ce lo ha fatto capire fin dal principio del suo insegnamento: invece di scrivere un trattato di teologia sul mistero del Padre ci ha mostrato come pensa Dio, quali sono i suoi gesti e i suoi segni; Lui che «manifesta la sua gloria» riempiendo un vuoto di contentezza, che afferma la sua potenza tramutando l’insapore, lo scialbo, nel colore vivido e gustoso del vino e nella sua ebbrezza. È un po’ come se Gesù si fosse detto, così, tra sé e sé: «Facciamo una cosa bella fin dal principio e vediamo se capiscono. Facciamogli vedere che senza la passione del cuore e dei sensi tutto diventa triste e spento, e che Dio non è il motore immobile che si sono raffigurato, ma è l’artista del gusto della vita, il creatore della gioia, Colui che ama sempre e sempre senza un perché». L’opposto dell’amore non è l’odio, ma la freddezza, un cuore indifferente e gelido, distaccato dalla vita e dalla sua energia: Dante infatti rappresenta il cerchio più profondo dell’inferno come un cerchio di ghiaccio. Oggi Gesù viene a sciogliere il freddo, a mettere nelle nostre vene la felicità di Dio, a invitarci a fare festa col Creatore che danza e si esalta di gioia, quella gioia che nasce da una amore esagerato. (L. Verdi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Che cosa ti sembra che manchi oggi nella tua vita? Riesci a fare quello che ti chiede il Signore anche quando non ne comprendi bene il motivo?
PER LA PREGHIERA
Signore, tutto ciò che facciamo noi è segnato dal limite, così può accadere che a un banchetto il vino sia finito e con esso l’allegria, per questo tu intervieni per offrire il segno di un nuovo inizio. Sei tu, in effetti, lo Sposo atteso, colui che fa cominciare le nozze eterne tra Dio e l’umanità. D’altra parte solo tu, Gesù, puoi trasformare l’acqua della nostra fatica, il sudore, l’acqua della nostra sofferenza, il pianto, nel vino della pienezza e della gioia

DALLA TRADIZIONE

“Maria dimostra di conoscere il grande comandamento di nostro Signore sulla preghiera, ossia che essa non consiste nel molto parlare. Indicando ciò che era necessario, ci insegna un modo straordinario di pregare, e Gesù ha visto il suo desiderio nel suo cuore e nei suoi occhi. Ecco una maniera perfettissima di pregare: aprire le piaghe del cuore davanti al nostro dolcissimo Maestro e poi riposare il nostro animo in lui, abbandonandoci al suo grande amore e alla sua infinita misericordia e attendendo, in una contemplazione d’amore, l’effetto della sua tenerezza per noi” (F.M. Libermann, Commentaire de Saint Jean)

L’IMMAGINE

domenica


Gesù

XXXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Dn 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32

E chi direbbe mai che sotto la scorza del ramo si nasconde un piccolo e fragile germoglio? E chi direbbe mai che dalle asperità di una vita può nascere altra vita? E chi oserebbe chiamare “tenero” un ramo nodoso, così duro che graffia le mani, per invitare a guardare meglio, a guardare bene, ad avere uno sguardo più profondo? Certo che a Lui non sfugge niente: quanto gli piacciono i dettagli a questo Dio. Le cose piccole e per noi insignificanti, come gli spiccioli della vedova della scorsa settimana, per Lui diventano eventi enormi, si trasformano in pietre da cui riparte il futuro, segnali che profumano di una speranza viva, concreta, già presente. Oggi Gesù sposta i nostri occhi, come al solito ci consiglia di cambiare la direzione dei nostri sguardi e di prestare attenzione non al fragore della tempesta, ma alla silenziosa, umile e prepotente presenza della vita. E questo brano di Vangelo sembra quasi uno scherzo di Dio: si passa dalla paura alla speranza, dallo spavento alle lacrime di commozione. Un’altalena di emozioni, una
montagna russa di brividi. “L’estate è vicina” quando senti solo un piccolo gonfiore della gemma, quando intorno è ancora tutto e solo buio e freddo, quando il cielo sembra crollarti addosso. L’estate è vicina come è vicino il tuo Dio, basta aprirgli la porta e sarai investito dal suo tepore, dall’abbraccio della sua festa: non fermarti a contemplare le macerie, ma guarda bene, ci sono sentinelle di vita, innumerevoli germogli che portano innumerevoli promesse di frutti. La vita è qua, per sempre. L’estate è vicina, Dio è vicino: “vicino” che deriva da “vicus”, che viene tradotto con vico, borgo, villaggio. Dio è nelle nostre strade, cammina con noi, siede sulle nostre panchine, si appoggia ai nostri muri, passeggia mano nella mano con noi. Se ne abbiamo voglia. Se saremo capaci di riconoscerlo. Se non ci lasceremo distrarre dai rumori assordanti e diventeremo capaci di perderci nei dettagli, nelle gemme rigonfie di vita che sono là, appese per noi. Abbiamo bisogno di altri occhi, di un cuore tenero come quel ramo che si lascia dilatare dalla fame della vita, costi pure uno strappo, costi pure una lacerazione. Abbiamo bisogno di imparare a guardare bene, come Pollicino in cerca di sassolini per ritrovare la strada, per scoprire meravigliati i segnali di un Dio che ama nascondersi nei frammenti, nelle piccolezze che siamo abituati ad ignorare o a sottovalutare, nelle minuzie che ci sfuggono davanti agli occhi. «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori» scriveva Alda Merini: potranno cadere le stelle e la luna potrà pure spegnersi, ma l’estate sarà sempre vicina, e sarà piena di luce, quella luce che rivela i dettagli. I dettagli in cui si perde e si trova Dio. (L. Verdi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

In quali situazioni hai sperimentato la paura? Come l’hai affrontata. Cosa significa per te in questo momento osservare il ramo del fico?

PER LA PREGHIERA

Gesù, Signore della storia, tu vedi da quanti mali è afflitta la nostra umanità, eppure ci insegni che in radice, uno solo è il Male da combattere. Tu lo hai già sconfitto morendo per noi sulla croce; aiutaci a estendere nel tempo la tua vittoria pasqual le. Rendici portatori di eternità là dove viviamo e operiamo: la luce del tuo amore perenne inondi attraverso di noi la piccola porzione di storia che ci hai affidato e la trasfiguri. Fa’ che compiamo il nostro pellegrinaggio terreno protesi alla patria celeste, perché chi ci incontra comprenda qual è la beata speranza che fin d’ora ci fa esultare. Il Pane di vita eterna spezzato per noi ci sostenga nelle prove quotidiane, perché possiamo essere trovati fedeli e vigilanti nel tuo giorno glorioso.

DALLA TRADIZIONE

“Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei cristiani è un Dio d’amore e di consalazione; è un Dio che riempie l’anima e il cuore di coloro che lo possiedono. E’ un Dio che fa loro sentire interiormente la loro miseria e la sua infinita misericordia; che si unisce all’intimo della loro anima; che la riempie di umiltà, di gioia, di fiducia, di amore; che li rende incapaci di avere altro fine all’infuori di lui. Senza Gesù Cristo il mondo non sussisterebbe…. Per manifestare il suo regno di santità, sarebbe stato inutile a Gesù Cristo venire come re, ma è pur venuto con lo splendore che gli è proprio” (Pascal, Opuscoli 602).

L’IMMAGINE

Gesù


san Francesco

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 2,12.17-20; Sal 53; Gic 3,16-4,3; Mc 9,30-37

Meglio tacere, meglio far finta di non aver ascoltato e rischiare di passare per sordi piuttosto che sentirsi chiamare Satana, come era successo a Pietro. Le parole di Gesù sono dure, quasi le stesse di quelle dette la settimana scorsa: la via che prospetta il Maestro non è quella sognata, splendente e vittoriosa, ma una via aspra, dolorosa, che prevede perfino la morte: no, non è proprio quella prevista. Meglio concentrarsi su altro, meglio pensare a chi fra loro può ritenersi il più bravo, il più importante, facendo paragoni e soppesando qualità e difetti gli uni degli altri. Lui parla di un Dio che si consegna nelle nostre mani, tutto per amore, solo per amore e loro, come noi, si accaniscono a circoscrivere insignificanti spazi di potere. Lui indica fin dove si può arrivare quando si ama da Dio e loro, come noi, a creare sbarramenti e confini, chiusi nella piccolezza delle loro ambizioni. Vaglielo a far capire che l’amore è forte, ma che chi ama è debolissimo. Che pazienza, che infinita pazienza deve avere con quelle teste dure il Maestro, pronto a ricominciare ogni volta, a spiegare meglio, a cercare di far entrare in quei cuori un frammento del cuore di Dio. E allora eccolo a chiamarli tutti e dodici intorno a sé e a spiegar loro una nuova matematica dove per alzarsi bisogna abbassarsi, dove il primo è l’ultimo, il grande è il piccolo e le misure non sono quelle di sempre, ma quelle sovversive di Dio. Misure che ribaltano ogni logica umana, ogni razionalità e come sistema metrico viene adottato un bambino: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,4) come a ribadirci che le porte del paradiso sono basse, altezza di bambino, non di più. Come a dirci e ribadirci che forse Dio è un bambino entusiasta, con la sua voglia di creare e la sua sete di cose belle, curioso e leggero, mai statico ma sempre in continuo movimento. Al bambino non interessano le filosofie e i discorsi astratti, ma piuttosto fantasticare, immaginare, toccare le cose e lasciarsene sorprendere. Gli basta così poco: un tratto di matita ed è pronto a viaggiare. Non se ne fa niente dei titoli e delle onorificenze, ma cerca gli sguardi che vanno dritti al cuore, gli abbracci di chi gli asciuga le lacrime e lo fa sorridere. “Noi siamo i bambini del futuro” scriveva Bonhoeffer, l’infanzia è il nostro destino, non il nostro passato ed è uno scenario grande quello di diventare piccoli. (L. Verdi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Come reagisce di fronte alla sofferenza del giusto? Riesci ad evitare di guardare gli altri come avversari da eliminare?

PER LA PREGHIERA

A volte, Signore, la piccolezza del mio essere creatura mi appare inadeguata e insufficiente a contenere i miei grandi desideri. E faccio di tutto per rompere quelli che avverto come limiti la mio bisogno di espandermi, di “sentirmi grande”: essere più degli altri, ricevere più degli altri, contare più degli altri. Tu vieni incontro a questo prepotente bisogno di emergere e mi proponi di metterlo a servizio dell’amore, facendomi ultimo di tutti, il servo di tutti, il più pacifico, il più misericordioso, accogliente verso tutti. Manda dall’alto il tuo spirito di sapienza, perché faccia della mia vita un’opera di pace.

DALLA TRADIZIONE DELLA CHIESA

“Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in caso simile. Beato il servo che non si ritiene migliore, quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più. Guai a quel religioso che è posto dagli altri in alto e per sua volontà non vuol discendere. E beato quel servo che non viene posto in alto di sua volontà e sempre desidera mettersi sotto i piedi (S. Francesco d’Assisi)

L’IMMAGINE

san Francesco


Come il Padre

VI DOMENICA DI PASQUA

Cosa ci chiede oggi Dio, cosa chiede ai suoi prima di andar via? Forse riti astrusi, l’adesione ad una dottrina filosofica complicata, la perfetta e rigida obbedienza a una religione? Il Dio Risorto, il Rabbi che aveva camminato per le strade di Palestina e si era imbarcato sulle onde del lago, che aveva pescato e salito monti per poter meglio abbracciare con lo sguardo e consolare quella folla di straccioni che lo seguiva, oggi ai suoi lascia invece parole tenere, di una tenerezza appassionata: «Restate con me, restate in me, amici miei...». La richiesta di Gesù è quella di imparare ad amare Dio da innamorati e non da servi, di non fuggire lontano dall’amore, Lui vuole una vicinanza da amanti: «Amore io voglio, non sacrifici» (Os. 6,6). «Rimanete nel mio amore»: perché l’amore, quando lo trovi, lo senti che non è solo un’emozione, uno stato d’animo, ma diventa un luogo, un posto dove stare e sistemarsi. L’amore si fa casa, capanna, nido. Nell’amore si entra e si sta, perché si sta troppo bene. E si sta con quella “gioia piena” degli uccellini nel nido: al sicuro, protetti, fra ali calde in cui accucciarsi. Eccoli i suoi ragazzi, me li immagino mentre ascoltano queste parole, loro smarriti e ritrovati; li vedo i loro occhi carezzare quel Maestro pazzo d’amore, l’amore di Dio. Mi sembra quasi di ascoltare il battito del loro cuore che si impenna mentre si sentono chiamare “amici”.
Proprio loro, che lo avevano tradito, che erano scappati, che lo avevano rinnegato, proprio loro come noi. «Amici che ci fanno sentire amati senza un perché. Che hanno quella dote speciale di farci sorridere. Che sanno tutto di noi e sanno il segreto delle piccole cose che ci fanno felici. Che anche quando non sono d’accordo restano con noi. Che perdonano ancor prima delle scuse» (J. Tolentino Mendoça). Noi amici Suoi, amici di un Dio che chiede amore e chiede di dare amore «gli uni gli altri»: non astrattamente, non solo la domenica, ma uno per uno, negli incontri della vita di ogni giorno. Uno ad uno, quelli che troviamo sulla nostra strada: nei mille frammenti delle nostre giornate, nel groviglio delle nostre relazioni è lì che si nasconde la domanda di Dio. «Un Dio onnipotente che chiede amore / talmente onnipotente che non tutto può / Che quando ama sa anche essere il più fragile» (J. Twardowki). Solo questo tendere all’amore, solo questo restarci immersi, come un tuffo «in quell’oceano d’amore che è Dio» (Padre Vannucci) e nuotarci dentro sentendoci sostenuti, sfiorati e carezzati e, soprattutto, incomprensibilmente amati. (L. Verdi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Come vivo le mie relazioni da servo e da amico?
Qual è il mio modo d’amare?

PER LA PREGHIERA

Gesù, Figlio amatissimo del Padre, tu vieni nel mondo a insegnarci il linguaggio ineffabile della carità. E come bambini ancora piccoli vuoi che lo impariamo con i fatti, con gesti di ogni giorno. Maestro divino umanissimo, tu vuoi che conosciamo l’amore del Padre che ha sacrificato te, il suo cuore, per noi e per la nostra salvezza. Donaci la forza dell’amore umile, perseverante, aperto a tutti, poiché ciascuno è nostro fratello.

DAI PADRI DELLA CHIESA

“E’ poco dire: l’amore viene da Dio. Ma chi di noi oserebbe ripetere questa parola “Dio è amore”? E’ stata detta da qualcuno per esperienza. Tu non vedi Dio: amalo e lo possiedi. Perché Dio si offre a noi nello stesso istante. L’amore, la libertà interiore e l’adozione filiale non si distinguono se non per il nome, come la luce, il fuoco, la fiamma. Se il viso di un essere amato ci rende felici, che mai farà la forza del Signore quando verrà ad abitare nel segreto di un’anima purificata? L’amore è un abisso di luce, una fonte di fuoco. Più zampilla, più brucia l’assetato. E’ per questo che l’amore è un progresso eterno” (S. Agostino, Discorso 34, 2-6)

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Come il Padre


palme

DOMENICA DELLE PALME

Cosa pensa Gesù nel vedere questa folla osannante, cosa prova nel suo cuore, sapendo quel che lo attende una volta giunto a Gerusalemme? Come guarda quei volti che ora lo chiamano “Benedetto!” e cosa legge in quegli occhi? Sa che saranno gli stessi che di qui a qualche a giorno con odio grideranno “Crocifiggilo”? Una folla di sbandati, di gente come noi, pronta a vendersi per qualche sicurezza in più, a sventolare palme e ramoscelli di olivo come fossero portafortuna, a garanzia di una vita assicurata contro le disgrazie. E mi chiedo ancora quanto pesa nel cuore di Gesù la domanda se valga la pena di morire per questa gente. Ma forse Lui non se la pone affatto questa domanda: quando si ama si è disposti anche a perdere e ad attraversare il buio. Il buio delle incomprensioni e dei tradimenti, il buio dei fallimenti. Un amore appassionato, un amore esagerato quello di Dio, un amore che ti strappa l’anima e ti fa dire «ti amo da morire». Nonostante tutto. «Non ci si abitua mai ad un Dio umile» ha detto papa Francesco, il nostro è un Dio che si fa prestare un asinello e che non sgroppa su un nobile destriero, è un Dio che accetta insulti, sputi e morte e che perdona. Si è disposti a perdere tutto quando si ama e nel buio si aprono squarci di luce: quel che resta di un profumo versato sui capelli nella casa di Simone il lebbroso, la dichiarazione di fede del centurione quando vede il velo del tempio squarciarsi, la preghiera di un ladrone che gli sta affianco sulla croce, quegli occhi gonfi di lacrime delle donne che non lo hanno abbandonato. Anche nel buio dei tradimenti si aprono fessure di luce, a consolare, a fare da scudo al dolore. Perché, lo sappiamo bene, solo la tenerezza sa toccare il corpo dei crocifissi. Il velo del tempio squarciato, quel velo che solo il sommo sacerdote poteva oltrepassare una volta all’anno, sta a dimostrarci che ora possiamo finalmente vedere il volto di Dio ed è un volto tumefatto di botte, ma in cui brillano occhi innamorati. La logica paradossale di Dio ancora una volta ribalta la nostra logica:«…ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25). In questa Settimana Santa cerchiamo di allargare il nostro respiro, le nostre braccia, i nostri occhi: che sia una dilatazione di vita, perché la vita, quella vera, è molto più di una sconfitta, più di un tradimento,
più di una morte. «Le nostre braccia allargate sono l’inizio del cerchio, un amore più grande lo compie già» (Margherita Guidacci). (L. Verdi)

DOMANDE PER IL DISCERNIMENTO

Quale dinamiche della mia vita ritrovo nella passione di Gesù? Quale strada il Signore mi sta facendo percorrere per camminare verso la risurrezione?

PER LA PREGHIERA

Il tuo volto, Signore Gesù, è il volto del Dio dell’umiltà che ci ama fino a spogliarsi, fino a rendersi povero in mezzo a noi. Il tuo volto è il volto del nostro dolore, della nostra solitudine, della nostra angoscia, della nostra morte che tu hai voluto assumere perché non fossimo più soli e disperati. Fa’ che impariamo a riconoscere questa sconcertante rivelazione della tua onnipotenza, l’onnipotenza di chi ama fino a condividere la sofferenza, fino a lasciarsi crocifiggere per nostro amore. Insegnaci che cosa significhi amare come tu ci ami, per accettare in silenzio di partecipare al tuo mistero di passione e morte e gustare con te e in te la gioia della vittoria piena e totale sulla divisione, sul peccato e sulla morte

DAI PADRI DELLA CHIESA

“Venite e saliamo insieme sul monte degli Ulivi e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betania e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia o meglio di lui stesso e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese” (Andrea di Creta, Discorso sulle Palme)

L’IMMAGINE

palme